16/01/2012
Le Valli d'Aquino
La frazione di Valli appartiene al comune di Aquino, in provincia di Frosinone, nella regione Lazio.
Essa dista 7 chilometri dal medesimo comune di Aquino, cui appartiene.
Del comune di Aquino fanno parte anche le frazioni di Campitelli (7,00 km), Filetti (3,66 km), Filetti Superiore (3,52 km), San Marco (3,48 km), Zammarelli (2,14 km).
Il numero in parentesi che segue ciascuna frazione indica la distanza in chilometri tra la stessa frazione e il comune di Aquino.
La sua altitudine rispetto al livello del mare è di 98 metri.
Nella frazione di Valli risiedono un centinaio di abitanti .
Storia di Valli
La contrada Valli apparteneva dall’antichità alla cosiddetta “Terra di Lavoro” che, in particolare, riveste il ruolo di provincia dall’ Unità d’ Italia (1861) al 1927, quando Mussolini istituisce la Provincia di Frosinone. Quindi, prima della creazione della nuova provincia, questa frazione apparteneva al Regno delle Due Sicilie e perciò ruotava nell’ area napoletana, come del resto tutti i paesi intorno, tranne Pontecorvo che rappresentava un’ enclave dello Stato Pontificio (da non trascurare l’importanza di Pontecovo nel passato, durante il periodo napoleonico, quando fu governata dal generale francese Bernadotte, dal 1806 al 1810; come conseguenza di quest'ultimo fatto l'emblema della Casata di Bernadotte, l'attuale casata reale di Svezia, include lo stemma di principi di Pontecorvo).
Perciò non deve sorprendere se, per consultare i vecchi archivi catastali, bisogna andare a S. Maria C. Vetere, vicina a Capua, capoluogo della Terra di Lavoro, dove vengono conservati i vecchi registri, oppure, se consultando un attestato scolastico di un ragazzo di Valli, ottenuto prima del 1927, si legge “Provveditorato agli Studi di Napoli”.
La festa delle Valli
Da lunga tradizione si fa nella 3° domenica di settembre, pressochè ininterrottamente, a memoria d'uomo. I nostri padri raccontano con convinzione di non aver mai visto piovere durante questa giornata, e questo lo attribuiscono all'intervento miracoloso della Santa festeggiata che è la Madonna Addolorata. E' tradizione portare la Santa in giro per le case, senza nessuna tralasciarne, anche nella frazione di Campitelli, dove si fa il sabato. Eccezionale è il pranzo che per l'occasione risulta abbondante e prelibato, in cui quasi mai manca il tradizionale polletto ruspante direttamente allevato da ciascuna famiglia; è questa l'occasione per invitare amici e parenti,che poi ricambieranno a loro volta . Interessante è la vestizione della Madonna nei giorni precedenti, quando una famiglia locale che conserva l'abito nuovo, si reca in chiesa e lo sostituisce a quello di tutti gli altri giorni dell' anno; non si può fare a meno di notare l'orgoglio che si ravvisa nel volto di chi ha questo privilegio.
La Chiesa di Valli
| C. Jadecola, Aquino: notizie sulla chiesa di Valli | ![]() |
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AQUINO: notizie sulla chiesa di Valli
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| 1 Archivio di Stato di Frosinone, poi ASFr. Sottoprefettura di Sora. Comune di Aquino, b. 53 2 Idem. 3 Idem. 4 Idem. 5 Idem. 6 Pasquale CAYRO, Storia sacra e profana di Aquino e sua Diocesi. Presso Vincenzo Orsino, Napoli. Vol. I. 1808, vol. II. 1811, p. 16. 7 Rocco BONANNI, Ricerche per la Storia di Aquino. Prof. P. A. Isola Editore. Alatri, 1922, p. 31. 8 Costantino JADECOLA, Il paese dei “bracciali”. Centro Documentazione e Studi Cassinati CDSC onlus. Cassino, 2007. 9 Alunni ed insegnanti delle scuole elementari di Aquino (a cura di), Aquino nostra. II edizione. Anno scolastico 76-77, p. 13. 10 ASFr. Sottoprefettura di Sora. Comune di Aquino, b. 52. 11 Nella vita ecclesiastica anteriore al Concilio Vaticano II erano gli emolumenti che i parroci avevano diritto di percepire dai fedeli, secondo gli importi stabiliti dalla consuetudine o da apposita tariffa diocesana in occasione di funzioni religiose, riguardante specificamente i singoli. 12 ASFr. Sottoprefettura di Sora. Comune di Aquino, b. 52. |
Anni ‘50/’60
Olive secche
Si mettono le olive in un sacchetto di cotone, sopra un termosifone e, man mano, controlliamo il punto di essiccazione, rigirandole una volta al giorno. Dopo una decina di giorni sono pronte (si vedono raggrinzite) per essere mangiate, condite con olio di oliva, scorzette di arancia e limone, semi di finocchietto, sale e peperoncino, un goccio di aceto, il tutto a piacere.
Il primo “fucile”
Fu un azzardo da non ripetere. Il mio compagno di giochi, U., si fece aiutare a costruirne uno con un tubo di ferro arrugginito ed un pezzo di legno: egli era un po’ più grande di me (poteva avere dieci anni) ed era molto abile nel costruire attrezzi per il gioco o gabbie per gli uccellini, presi con tagliole o vischio, questa volta però la facemmo proprio grossa, ma non tanto per come si ragionava allora, piuttosto per come vengono i brividi ora nel ripensarci. Così con questo tubo tappato attraverso ripiegamento nella parte posteriore e munito di un piccolo buco sopra, noi andavamo a fare i cacciatori lungo il ruscello vicino casa. Quando si vedeva un uccellino, si prendeva la mira e si innescava la polvere con un fiammifero, attraverso il buchetto: il “fucile", che era stato caricato a pompa, sparava con gran fumo e quasi mai ammazzava la preda, per fortuna, ma col senno di oggi si può esser certi che sarebbe bastata della polvere pirica in più per farlo esplodere. Non bisogna considerare strani questi giochi, perché si era usciti da poco dalla “Grande guerra” e molti piccoli continuavano a giocare con le armi, più di qualche bambino rimase mutilato cercando di smontare alcuni lucenti oggetti (bombe) trovati nei campi.
Le “castagnole”
Erano i botti “a muro” di Natale, chiamati così perché avevano una grande somiglianza con i dolci di carnevale. Ogni maschio, piccolo o grande, aveva le tasche gonfie di questi botti e, all’uscita dalla messa di Natale, ognuno lanciava con grande forza contro il muro della chiesa o della vicina scuola per farli esplodere, festeggiando l’arrivo del Redentore. Il pericolo ancora non si avvertiva, perché eravamo usciti da poco tempo dalla guerra, ma un po’ alla volta, ci si dovette riflettere, perché a qualcuno esplosero in tasca, rendendolo invalido per tutta la vita e poi cominciarono a danneggiare gli intonaci rifatti con grande fatica, così si videro sempre meno in uso, finché scomparvero dalla circolazione, anche in seguito ad assoluta proibizione.
“Tu scendi dalle stelle”
E’ tanto deprimente sentire certi cori stonati da quattro ragazzi (la schola cantorum) di qualche piccola frazione che si vogliono esibire il giorno di Natale con canti nuovi, davanti ai fedeli che gremiscono la chiesa. Allora viene da ripensare a quel bel canto corale che “intonavano“ tutte le nostre madri, quando noi eravamo piccoli e magari stavamo ancora in braccio a loro, nella fredda chiesa, il giorno di Natale. Si sente perfino nostalgia di quelle strane frasi mai capite come: “…caro letto paraculetto…” che veniva un po’ reso accessibile in questo modo al nostro povero vocabolario che mai avrebbe compreso il”… caro eletto pargoletto…”.
La “parata”
In occasione del Natale si usava pescare il pesce nel vicino ruscello chiamato “Le Forme”. Ecco come si faceva: si costruiva una paratia con pali e frasche (non bisogna dimenticare che la plastica ancora noi non l’avevamo), deviando il percorso sulla Forma parallela (esisteva un canale trasversale) e lasciando a secco la parte inferiore del suo corso che offriva, nelle residue pozzanghere, pesci in quantità tali da poterli buttare a riva con fuscelli e moggi di vimini; lì altre persone li mettevano dentro i sacchi e poi li divedevano in parti uguali. Questa scorpacciata doveva bastare per tutto l’anno, al mercato si compravano solo sardine o alici perché costavano poco.
Al mercato
Il mercato si faceva nei centri più vicini: Aquino, Pontecorvo, S. Giorgio ecc.. Tutti i contadini si recavano al mercato dove portavano ciò che potevano vendere, perché col ricavato bisognava comprare cose essenziali come olio e sale. Si vendevano polli, uova, cereali, ghiande, ecc.. Il mezzo che più spesso si usava, erano i piedi, soprattutto per la donna, che portava un canestro di vimini in testa, poggiato sulla sarsina (spara), pieno di varie cose di piccola taglia (un paio di bei polli, una ventina di uova, qualche chilo di ceci o fagioli, alcune “dita” di cotechino o salsiccia, ecc..) e col ricavato comprava il necessario per la settimana; l’uomo raramente andava a piedi, di solito aveva una bicicletta (alla donna in quel contesto sociale veniva proibito di imparare ad andare in bicicletta, perché considerata cosa poco seria), munito di un fazzoletto da spesa (un riquadro di cotone robusto e decorato a strisce che, una volta pieno, si chiudeva, ricongiungendo i quattro angoli con dei nodi ed appendendolo al manubrio); alcuni “benestanti” potevano permettersi la borsa da spesa che era una grande borsa di “paglia” ben intrecciata, anche in maniera artistica, che veniva anch’essa appesa al manubrio tramite due grandi manici dello stesso materiale.
Alla fiera
Le fiere erano cose più importanti del mercato, lì si portavano animali grossi come mucche, vitelli, pecore e capre. Si facevano in appositi grandi spiazzali, che ogni paese riservava loro, non più di due o tre volte all’anno. C’erano fiere importanti, per tradizione, dove faceva in modo di trovarsi ogni contadino, con i migliori animali, per fare buoni affari e bella figura: davanti alla mucca più bella del giorno (si trattava delle nostre mucche bianche che erano adatte sia al lavoro che alla riproduzione), si formava un capannello di allevatori che sognavano di poterla avere nella propria stalla.
Gli alveari
Quasi tutte le famiglie di contadini avevano qualche alveare vicino alla propria casa e questo procurava qualche fastidiosa puntura specialmente ai ragazzini mentre giocavano. Il miele serviva per i dolciumi natalizi o pasquali e, se avanzava, rappresentava una leccornia da nascondere ai golosi bambini. Si prendeva una volta all’ anno con metodi quasi improvvisati e per sentito dire, comunque causava l’ uccisione delle api e la distruzione dell’ arnia. Si estraeva mettendo a scolare le pizze nel forno appena caldo.
La paura del maiale
Il maiale faceva poco paura da vivo, ma da morto rappresentava vivo terrore per noi bambini, specialmente quando era stato spaccato ed appeso, nei due giorni che passavano dall’ uccisione alla riduzione in salsicce. Spesso erano i fratelli più grandi ad alimentare questa paura, facendolo apparire come un fantasma.
La festa del maiale
Coincideva col periodo più freddo dell’ inverno, quando tutti i parenti si incontravano e discutevano della rotazione dei giorni dell’uccisione, in modo da potersi scambiare il necessario aiuto, ma soprattutto che nessuno dei parenti si trovasse indisponibile per partecipare all’evento festoso, o perché impegnato con altri maiali, o perché qualcuna delle donne fosse indisposta (era assolutamente proibito che una donna toccasse la carne durante il periodo delle mestruazioni, pena la rovina delle salsicce). Era la festa del mangiare bene ed a sazietà, del bere vino di buona qualità, anche esagerando, del raccontarsi le cose importanti, poiché con certi parenti ci si vedeva poche altre volte per la mancanza di strade e mezzi, quindi a piedi bisognava attraversare valli, colline e torrenti, a volte pericolosi nei periodi di piena. Si usava spesso viaggiare portandosi appresso il proprio fucile che serviva nel caso si incontrassero pericoli durante il percorso e anche per uccidere qualche tordo, facendo in modo da far comparire in bella mostra la cartucciera sempre piena di cartucce adatte ad ogni preda.
L’astio contro la volpe
La volpe non era buona da mangiare (qualcuno raccontava di averla mangiata, ma solo dopo averla fatta restare in acqua corrente nel vicino ruscello per due giorni), ma tutti la cacciavano perché essa mangiava le galline e questo non era reso possibile in un momento in cui anche noi eravamo affamati. Questa intenzione faceva sì che nella cartucciera ci fossero sempre alcune cartucce corazzate, che poi potevano servire anche per qualche tasso o qualche faina (del tasso si diceva che fosse buono da mangiare, ma ce n’erano tanto pochi che nella nostra famiglia non arrivarono mai).
Il tiro al treno
Il treno era così lontano dalle nostre conoscenze che spesso non s’immaginava nemmeno che dentro ci fossero degli esseri umani come noi, ma quasi degli extraterrestri, perciò si raccontava che, nelle zone vicine alle ferrovie, dei “cacciatori” sparassero contro il treno solo “per vedere l’effetto che fa” senza cattive intenzioni, solo per cercare un contatto con una realtà irraggiungibile.
20:04 Scritto da: flosm5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Dovette essere una gran bella festa quella svoltasi a contrada Valli la terza domenica di settembre del 1843. Il 23 di quel mese, infatti, il sindaco di Aquino, che a quel tempo era Celestino Bonanni, riferisce al sotto intendente di Sora che “vi fu sparo di mortali, tamburi, zampogne, il sorteggio di due polli ed il giuoco del gallo”1. Una gran bella festa, insomma. Con un neo, però: “per la celebrazione di questa festività, non vi è [stato] per parte della polizia alcun permesso”2, che è poi il vero motivo per il quale il sindaco di Aquino si vede costretto a mettere nero su bianco.